Conversazione con Gianni Farina

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Regista della compagnia teatrale Menoventi
Azzurra De Gregorio

Menoventi
Menoventi
è una compagnia teatrale fondata nel 2005 a Faenza da Gianni Farina, Consuelo Battiston e Alessandro Miele. Di recente, Menoventi ha vinto la prima edizione del premio Rete critica, ha debuttato a Vie-Scena Contemporanea Festival con L’uomo della sabbia, ha collaborato con il regista Daniele Ciprì alla realizzazione del cortometraggio Perdere la faccia. Dal 2005 ad oggi la compagnia ha realizzato i seguenti spettacoli: InvisibilMente, In festa, Semiramis, Postilla, L’uomo della sabbia.

Come nasce Menoventi?
La compagnia nasce dall’incontro tra me, Consuelo ed Alessandro durante il corso di formazione per attori Epidemie, organizzato da ERT e Ravenna Teatro. Era il 2004 quando il corso si è concluso ed è sfociato nello spettacolo Salmagundi, diretto da Marco Martinelli. Durante questa esperienza ci siamo conosciuti umanamente ed artisticamente ed abbiamo iniziato a meditare un lavoro tutto nostro, che diventerà un anno dopo In Festa, il primo spettacolo di Menoventi.

Quali sono gli spunti che influenzano il vostro modo di fare teatro?
Sono spunti che provengono soprattutto dall’osservazione del mondo e dalla vita quotidiana, ma anche dalla letteratura, dal cinema e dalla ricerca scientifica. Quest’ultima ha influenzato in modo particolare soprattutto le nostre due ultime produzioni, che si rifanno alle tesi di D. Hofstadter, di M. Donald e alle ricerche in campo sociologico di E. Goffmann.
L’arte figurativa, una volta focalizzato il lavoro, ha sempre un ruolo importante per l’approfondimento, ma fino ad ora non è mai stato un punto di partenza. La musica… la musica è presente in scena, entra concretamente nel lavoro, è uno degli elementi fondamentali del nostro teatro. Rarissimamente prendiamo come riferimento testi teatrali o altri spettacoli in generale; spesso sfioriamo il metateatro e proprio per questo, per evitare autoreferenzialità o ridondanze eccessive, evitiamo di partire dall’arte della rappresentazione.

Come nasce un vostro lavoro?
La genesi dei nostri lavori deve moltissimo alla casualità dell’improvvisazione, quindi al caos interiore dell’attore. Questo procedere alternando la ricerca a tavolino con le imprevedibili derive del casuale (che in ogni momento possono modificare anche molto il nucleo del lavoro) è un approccio alla drammaturgia che richiede tempi lunghi e soprattutto la disponibilità verso l’azzeramento totale. Rubando una terminologia alle ricerche evolutive di Bateson, lo definiamo metodo stocastico, che sembra un parolaccia, invece… Stochazein significa indirizzare molte frecce verso un bersaglio, cioè diffondere gli eventi in modo parzialmente casuale, affinché alcuni di essi abbiano esito più favorevole rispetto ad altri.
Partiamo dal lancio di quante più frecce possibili (l’improvvisazione) per fare in modo che il centro (la tematica di partenza) sia tempestato di proposte e venga da esse definito (scrittura scenica). Tutto questo, senza mai ignorare l’eventuale dardo ribelle che, generato dal caso e sgravato dal peso di qualsiasi volontà cosciente, colpisce a volte un nuovo bersaglio fino ad ora ignorato, aprendoci in questo modo a visioni imprevedibili.

Come descrivereste il vostro rapporto con lo spettatore?
È il cardine di tutto, e la faccenda qui si fa un po’ complicata. Io lo definisco come spettatore determinato, cioè uno spettatore pronto a tutto in primo luogo (vedi Postilla, dove per poter fruire dell’opera, lo spettatore deve cedere la propria anima al Diavolo – il contratto scenico come vedi è una questione molto importante per noi) ma anche determinato da altri, cioè puro elemento del sistema teatrale, contemplato nella narrazione e previsto dalla scena. InvisibilMente e Semiramis sono i primi tentativi verso questa direzione, tentativi di inclusione del pubblico nell’opera, pubblico che spesso viene apostrofato direttamente e repentinamente, quando meno se lo aspetta.
Perdere la faccia e L’uomo della sabbia continuano questo percorso, tentando la via dell’inganno  e dello smarrimento in un labirinto di contesti.

Il vostro ultimo lavoro L’uomo della sabbia prende ispirazione da un racconto di Hoffman. Come è stato confrontarsi con la poetica di questo autore?
Ciò che abbiamo capito abbastanza presto è che non ci interessavano molto le sue parole ma piuttosto i suoi meccanismi. Nei romanzi in particolare – penso soprattutto al magnifico Gli elisir del Diavolo – si palesa un labirinto di prospettive, un caleidoscopio di immagini, come dice lo stesso Hoffmann. È questo che ci interessa, mentre le parole – nella nostra riscrittura ben poche frasi dell’autore tedesco sono rimaste inalterate – perdono importanza. Il plot dell’omonimo racconto è il pretesto di base, importantissimo da un certo punto di vista, ma che abbiamo tradito largamente in favore della creazione di una continua frattura nelle cornici della rappresentazione. In altre parole, non abbiamo fatto altro che tentare di tradurre in linguaggio scenico gli ingranaggi che Hoffmann creava attraverso la scrittura. Egli gioca continuamente con i propri strumenti, noi con quelli del teatro, ma il risultato è simile: l’autoreferenzialità, gli strani anelli paradossali, gli sfasamenti temporali ed il dito puntato sul fruitore dell’opera.

Nei vostri spettacoli temi quali “controllo” e “manipolazione” sono piuttosto ricorrenti. Come spieghereste questa vostra ossessione?
Come tutti i chiodi fissi, è difficile strappare una motivazione, un’analisi chiara e coerente da parte della vittima… È evidente però che Orwell e Huxley sono oggi più attuali che mai. Siamo immersi in una realtà sempre più sfaccettata, e credo che la comunità stia perdendo completamente la capacità di cogliere il lato nascosto delle cose.
Non credo ci sia un grande burattinaio (o un gruppo di pochi potentissimi manipolatori) dietro tutto ciò, e questo è forse l’errore delle teorie del complotto tanto di moda oggi – che comunque hanno il pregio di mettere in discussione la realtà così come viene comunemente percepita – ma sono convinto piuttosto del fatto che l’umanità nel suo insieme stia costruendo un’auto inganno, un’auto illusione, si stia raggirando da sola. A mio avviso stiamo spingendo l’evoluzione della nostra specie verso un ramo secco, l’autocoscienza e derivati ci stanno rendendo prigionieri di noi stessi. Il mostro è l’insieme degli uomini, è il gregge. Guardiamoci da noi stessi!

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