Francesco Bonami

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Ascoltandomi come un eterno Principe di Salina – Intervista a Francesco Bonami, Senior Curator del Museum of Contemporary Art di Chicago e direttore artistico della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo per l’Arte di Torino, delle iniziative culturali di Pitti Immagine e del Centro d’Arte Contemporanea Villa Manin di Passariano del Friuli. È stato inoltre curatore dell’edizione 2003 della Biennale d’Arti Visive di Venezia.

Marco Minuz

M.M: In un’epoca profondamente connotata da un’immersione in un contesto informativo bugiardo, apparente l’arte rimane uno dei pochi baluardi, peraltro celato alle facili letture, di pretesa d’esplorazione della realtà?

F.B: L’arte rimane sincera si potrebbe dire. All’arte non serve dire bugie , non serve dare versioni della realtà perché, nel bene e nel male, rimane una realtà autonoma.

M.M: Bisogna comunque prendere atto che l’arte è ormai immersa in un contesto hollywoodiano: lavora con gli stessi meccanismi dell’industria cinematografica e si è adattata al necessario bisogno che investe la nostra società,  il bisogno di storie…

F.B: L’arte oramai lavora con i tempi della pubblicità. Il nostro bisogno di storie si accompagna ad un’esigenza di storie brevi, facili da comprendere e questo oramai lo possiamo scorgere anche nell’arte. Naturalmente si è dimostrato un fattore estremamente dannoso per essa.

M.M: In un suo intervento alla Fondazione Antonio Ratti ha paragonato la sua professione di conoscitore e frequentatore del contesto dell’arte contemporanea alla figura Maya dell’Eco, ovvero un’entità svincolata dal contesto carnale in quanto asessuale, ma dotata di una straordinaria capacità di ascolto, intuizione e comprensione del dolore che continuamente il mondo ci fornisce. Mi può spiegare meglio questo concetto?

F.B: Non ricordavo di aver fatto questo intervento. Nella cultura maya esiste questa figura della persona “eco”, una figura che non è né uomo né donna, ma che è in grado di ascoltare la comunità in cui vive e di tentare di dare una risposta alle sue domande. Credo che in questo l’artista abbia un ruolo simile e vicariamente anche il curatore e/o il critico.

M.M: Lei ha modo di lavorare all’interno di istituzioni museali come il Museo d’Arte Moderna di Chicago, la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, il Centro d’arte contemporanea di Villa Manin di Passariano del Friuli e pertanto gode della continua vicinanza dei frequentatori di questi spazi… esperienze umane diverse con necessità e bagagli culturali differenti, ma accomunati da un qualcosa che lei ha tradotto con queste parole «Si va nei musei, alle mostre con la stessa tentazione con cui si vuol guardare la fiamma del saldatore, che sappiamo ci accecherà». Cos’è che sta alla base di una fruizione museale e cosa deve sussistere affinché essa possa esserci?

F.B: Il museo, la mostra sono soglie che attraversiamo. Quando il museo o la mostra non hanno una soglia sono inutili. È importante creare luoghi che ci separino momentaneamente dalla realtà.

M.M: È quindi un qualcosa di simile ad un’esperienza teatrale; possiamo proiettarci all’interno ma sappiamo che comunque è una rappresentazione della realtà…

F.B: Sì, qualcosa di teatrale ma anche di religioso. Il problema risiede nel fatto che oramai l’arte non riesce piú a ricreare questa soglia e questo va ad esclusivo scapito dell’esperienza artistica.

M.M: In questa enorme spirale creata dal frastuono dei nostri giorni, elemento perfettamente adattabile al contesto odierno dell’arte contemporanea, come riesce o cosa deve fare un curatore per riuscire a rimanere aggancianti il piú possibile alla rapida evoluzione artistica?

F.B.: Ascoltare, regalare, attendere.

M.M: L’aspetto dell’ascoltare credo sia la cosa piú difficile; sempre di piú temiamo il silenzio e la società ci impone d’interromperlo in continuazione…

F.B: Ascoltare gli altri … credo che sia una cosa difficile e lo diventa ancor di piú quando ragioniamo in tempi lunghi. È una qualità che comunque un curatore deve possedere.

M.M: Un elemento positivo nella professione di curatore è il suo significato implicito profondamente modificabile e malleabile; direi che è quasi come una fiamma, archetipo nella sua valenza superficiale, ma che può assumere diverse tonalità e forme a seconda del liquido di combustione. Qual è il suo personale significato di questa professione? Lo considera forse un termine troppo limitante?

F.B: Il curatore non esiste, esistono le mostre che il curatore crea come nel romanzo di Calvino “il cavaliere inesistente”. Esiste l’armatura ovvero l’aspetto simbolico di una professione sotto la quale non c’è nessuno.

M.M: Mi permetta però di fargli notare che se il curatore non appare, ovvero è trasparente, questo non implica che non esiste. Se fa bene il suo lavoro esiste nella trasparenza che esso stesso crea. Cosí intesa (la trasparenza) non si contrappone solo all’opacità o all’impenetrabilità, ma anche all’eccesso di forma e alla retorica del significato, cioè a quanto cerca di complicare ed ostacolare il raggiungimento di questa dimensione cristallina, aperta e luminosa che costituisce il primo prerequisito per la contemplazione.

F.B: Il termine curatore è estremamente complesso, fino a vent’anni fa era colui che si prendeva cura dei quadri poi questa professione si è trasformata divenendo la professione di colui che cerca d’inserire opere d’arte all’interno del suo pensiero.

M.M: Com’è cambiata questa professione nel corso della sua carriera per lei che ha modo di lavorare sia in Europa che in America? Recuperando il titolo dell’edizione 2003 della Biennale d’Arte di Venezia da lei curata, rimane pur sempre un lavoro appeso alla dimensione del Sogno e del conflitto?

F.B: Esattamente, il nostro lavoro è un conflitto ed un sogno perenne. Solo in questa tensione si può lavorare. Da quando ho cominciato, ciò che è cambiato è stata la trasformazione del curatore in autore.

M.M: Nel 1989 con il crollo della cortina di ferro fra Europa dell’est e dell’ovest una generazione di artisti, che fin allora aveva operato all’interno dell’impero sovietico, si muove verso l’occidente. A distanza di una quindicina di anni quell’apertura che modificazioni ha apportato all’humus artistico europeo? Se la mostra Istant Europe cercava di fornire delle interpretazioni a queste modificazioni dobbiamo oggi iniziare a pensare una mostraEurope-China un pó sulla falsariga delle mostre (Paris-New York; Paris-Berlin; Paris-Moscow) di Pontus Hulten nel suo periodo di direzione del Centre Pompidou di Parigi?

F.B: Si possono inventare artificialmente mille mostre, mille problemi da risolvere in una mostra. La Cina è certo un elemento importante della trasformazione contemporanea ma credo che altri luoghi siano altrettanto importanti anche se non cosí evidenti. Manca ancora una mostra come si deve sull’Africa e nessuno pensa a una mostra sulla crisi della cultura americana. Manca perfino anche una mostra sulla crisi della cultura italiana.

M.M: Qual è l’elemento di maggior magia che prova nel svolgere la professione di curatore?

F.B: Veder realizzarsi un’idea in una mostra, in uno spazio, in un rapporto con il pubblico.

M.M: In una recente intervista ha dichiarato che nella crescita professionale e personale è fondamentale transitare attraverso la fase del fallimento, concetto pienamente condiviso proprio perché incarna la nostra caducità e fa emergere il nostro appartenere a logiche poco razionali … in questi anni, dove si è affermato professionalmente e dove la logica conseguenza lo ha reso un personaggio invidiato, quali sono stati i momenti di svolta che le hanno permesso di avvicinarsi ancor di piú a quella dimensione della cultura Maya che prima accennavamo?

F.B: Lascerei perdere la cultura Maya. Direi piuttosto che il fallimento è un soggetto che m’interessa, in cui trovo continui stimoli per andare avanti. Mi annoiano e non m’interessano i colleghi che si autocelebrano, quelli che definirei i medici della mutuadell’arte contemporanea, facendo riferimento al film di Sordi degli anni 70. Soltanto credendo in quello che faccio posso sperare che anche altri ci credano. Non penso che andando a dire che le mie mostre sono le migliori possa ottenere risultati migliori. Non so se sono invidiato, ma io non invidio i miei colleghi piú anziani che non riescono a lasciare l’osso, a lasciare il passato per poter entrare dentro il flusso del presente e magari sbirciare dentro il futuro. Il curatore è un eterno Principe di Salina, l’eroe del Gattopardo, costretto a vedere il mondo che ha costruito finire nelle mani di altri, piú giovani, piú intraprendenti, piú bravi. La vera soddisfazione è quella di lasciarsi sfuggire le cose di mano. Io non ci sono ancora riuscito.

Pubblicato in EQUIPèCO – n.5-6 Autunno-Inverno 2005

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